COLUI CHE APRE GLI OCCHI AI CIECHI

COLUI CHE APRE GLI OCCHI AI CIECHI

Marco capitolo 8: 22-26

 

Giunsero a Betsaida; fu condotto a Gesù un cieco, e lo pregarono che lo toccasse 23 Egli, preso il cieco per la mano, lo condusse fuori dal villaggio; gli sputò sugli occhi, pose le mani su di lui, e gli domandò: «Vedi qualche cosa?24 Egli aprì gli occhi e disse: «Scorgo gli uomini, perché li vedo come alberi che camminano».25 Poi Gesù gli mise di nuovo le mani sugli occhi; ed egli guardò e fu guarito e vedeva ogni cosa chiaramente 26 Gesù lo rimandò a casa sua e gli disse: «Non entrare neppure nel villaggi”.

Ambientato a Betsaida (in aramaico “casa dei pescatori”), la patria degli apostoli PietroAndrea Filippo, villaggio situato sul lago di Tiberiade, questo miracolo piuttosto sorprendente mette in scena un Gesù che non riesce a guarire un cieco se non attraverso due interventi successivi. 

È solo Marco a narrarci questo episodio dal carattere storico e simbolico al tempo stesso.

1. Storico, perché non si sarebbe mai inventato un atto miracoloso che mostra un Gesù incapace di guarire di primo acchito, ma costretto a ripetere l’operazione sul malato.

2. Simbolico, per la tipologia del paziente e il contesto che assegna all’evento un probabile significato ulteriore.

Impone poi le mani sul malato e attende l’esito che è, però, piuttosto imprevisto: il cieco comincia, sì, a vedere ma confessa di intuire le figure umane in maniera confusa, come se fossero alberi in movimento. 

Cristo, allora, ripete l’imposizione delle mani «ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa» (Marco 8:25).
Segue il monito, frequente nel Vangelo di Marco, di evitare ogni pubblicità al gesto: «Non entrare nemmeno nel villaggio», impone Gesù all’ex cieco (8:26).

La guarigione dalla cecità acquista un senso più profondo, messianico, tant’è vero che lo stesso Gesù, nel suo discorso programmatico nella sinagoga di Nazaret, non esita ad attribuire a sé il passo del profeta Isaia secondo il quale la sua missione comprendeva anche il ridare «la vista ai ciechi».

L’episodio del cieco di Betsaida a causa del contesto che contiene subito dopo la confessione di Pietro, il quale proclama Gesù come il Cristo, ma che registra anche le incertezze della folla per la quale Gesù è il Battista o Elia o uno dei profeti redivivi potrebbe anche comprendere un’allusione alla difficoltà nel “vedere” della fede.

Essa può attraversare una fase preparatoria, quella appunto che intuisce confusamente in Gesù un profeta che ritorna sulla scena di Israele.

Ma alla fine raggiunge la piena luce, come accade a Pietro che, secondo Marco (8:29), vede in lui “il Cristo”, ossia il Messia, e secondo Matteo (16:16) ancora di più: «il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

La conclusione di questo prezioso racconto ci insegna di credere nella persona di Gesù e di rimuovere ogni forma di cecità spirituale (incredulità) e di credere che Egli è!!

Solo allora possiamo essere dei veri discepoli che confessano il Suo nome, per la rivelazione dataci dal Padre per mezzo dello Spirito Santo.

Con amore sincere, pastore Michele Strazzeri.

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