DONNE CRISTIANE: COME HO IMPARATO AD AMARE LA MIA “BABY BOKO HARAM”

DONNE CRISTIANE: COME HO IMPARATO AD AMARE LA MIA “BABY BOKO HARAM”

Esther è stata rapita dai Boko Haram da adolescente e costretta al “matrimonio” con un combattente islamista. Attraverso un programma volto a curare i traumi gestito da Open Doors ha riscoperto speranza e dignità. Spiega Erin James

Esther aveva 16 anni quando gli estremisti di Boko Haram attaccarono il suo villaggio nello stato di Borno, in Nigeria. Esther e suo padre hanno cercato di scappare.

I militanti hanno colpito suo padre uccidendolo. Portarono Esther nella foresta con molte altre giovani donne.

L’insurrezione dei Boko Haram in Nigeria ha creato un disastro umanitario. Si stima che i Boko Haram abbiano ucciso oltre 20.000 persone e ne abbiano sfollato circa 2,6 milioni.

Come cristiana, Ester era separata dalle donne musulmane e le veniva offerta una scelta tra matrimonio forzato o schiavitù. Ester ha scelto la schiavitù. Ma era comunque sposata.

“Non posso contare quanti uomini mi hanno violentato. Ogni volta che tornavano dai loro attacchi, ci violentavano”.

Secondo una ricerca di Open Doors, le donne cristiane sono doppiamente vulnerabili alla persecuzione, che le opprime sia per la loro fede che per il semplice fatto di essere donna. In luoghi di conflitto come la Nigeria, la violenza sessuale è una delle forme più comuni di persecuzione contro le donne cristiane.

I militanti hanno fatto pressioni sulle ragazze affinché diventassero musulmane ma Esther ha rifiutato. “Ci sono stati momenti in cui ero così arrabbiata con Dio”, ha detto Esther, “ma nonostante tutto non riuscivo a rinunciare a Lui. Mi sono ritrovata sempre a ricordare la sua promessa che non mi avrebbe mai abbandonata”.

Alla fine Esther riuscì a fuggire dal campo. “Abbiamo camminato attraverso la foresta per tre giorni senza cibo, acqua o scarpe ai piedi”, ha detto Esther. “Pioveva tutto il giorno, a tal punto che l’acqua alla fine ha raggiunto le nostre ginocchia. Ero incinta di sette mesi.

Non avevo idea di come avrei mai potuto amare questo bambino. Ogni giorno che passava mi odiavo sempre di più. In questi momenti così profondamenti angoscianti ho persino pensato che Dio mi avesse abbandonato”.

Quando è tornata a casa, Esther è stata derisa e maltrattata dagli abitanti del suo villaggio: “Mi hanno deriso perché ero incinta”, ha detto Esther. “Ho pianto molte lacrime. Mi sentivo così sola. Ciò che mi spezzò ancora di più il cuore fu che si rifiutarono di chiamare mia figlia Rebecca. Si riferivano a lei come Boko”.

Quando le donne tornano dalla prigionia dei Boko Haram, le loro comunità spesso le considerano impure a causa delle violenze che hanno subito. Sono emarginate, il che aggrava la loro vulnerabilità. Esther aveva perso anni di istruzione a causa della prigionia, aveva un bambino da sostenere ed entrambi i suoi genitori erano morti.

I partner di Open Doors hanno fornito a Esther un aiuto fornendole beni di prima necessità e lei ha aderito a un programma di cura dei traumi: “Prima di frequentare questo programma, se avessero chiamato mia figlia “baby Boko Haram” sicuramente mi sarei arrabbiata”, ha detto. “Ora, anche se la chiamano così, non sento più dolore perché so che la mia piccola non è una Boko”.

“Se non avessi partecipato a questo programma, penso che avrei sviluppato seri problemi di salute, come l’ipertensione. A volte, quando le persone mi dicevano cose dolorose, il mio cuore ribolliva e stavo male. Mi è stato detto che avevo un’ulcera grave e le emicranie che ho avuto erano a causa del trauma.

Non parole per dirvi grazie. Tutto quello che posso dire è: “Dio ti benedica”.

Erin James scrive per Porte Aperte e ama far luce sull’incredibile fede e coraggio della nostra famiglia perseguitata.

Per supportare le campagne di Open Doors, visita www.porteaperteitalia.org

 

Tratto da: premierchristianity.com
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