RUANDA: CRISTIANI CONDANNATI ALLA PRIGIONE E PIÙ DI 10 MILA CHIESE CHIUSE
NELLA FOTO: edificio di una chiesa in Africa subsahariana
In Ruanda la libertà di esprimere la propria fede è sempre più a rischio: il governo sta attuando una vasta campagna di chiusura delle chiese e ha iniziato ad arrestare e recludere chi si riunisce nelle case per pregare.
Secondo le informazioni raccolte sul campo dalla Missione Porte Aperte, cinque cristiani sono recentemente stati condannati al carcere.
Dopo l’arresto avvenuto a gennaio 2025 e il successivo processo, per due di loro la sentenza è stata a 3 anni di reclusione per “aver rifiutato di smettere di condividere la fede cristiana”. Per gli altri tre, invece, la condanna è stata a un anno.
Si tratta della terza volta che il governo ruandese imprigiona dei cristiani sulla base della controversa legge del 2018, che disciplina l’organizzazione e il funzionamento delle organizzazioni religiose e che ha dato avvio alla chiusura massiva dei luoghi di culto.
Questa legge impone alle chiese requisiti tanto rigidi da risultare quasi assurdi: dall’obbligo di installare soffitti in tela, nonostante il rischio di incendio, alla richiesta di insonorizzare completamente le pareti, fino alla necessità che i loro leader abbiano un titolo di teologia rilasciato da istituti che nel percorso di studi includano scienze e tecnologia. Inoltre, ogni comunità deve contare almeno 1.000 fedeli registrati per ottenere l’autorizzazione ufficiale.
Si tratta di norme che, sulla carta, valgono per tutte le confessioni religiose, ma che i cristiani sostengono non essere così. Sono molte meno, infatti, le moschee che hanno subito la chiusura.
Per esempio, nel 2018, a Kigali, capitale del Ruanda, la polizia aveva arrestato sei leader cristiani per essersi opposti alla chiusura immediata di 714 chiese e di una moschea ritenute “insicure, sporche o troppo rumorose”. Successivamente, nel 2019, era stata la volta di un missionario americano, arrestato mentre cercava di denunciare pubblicamente le restrizioni governative attuate contro la sua radio cristiana e contro la sua stessa permanenza nel Paese.
Oggi il numero di chiese chiuse in Ruanda ha superato le 10.000 unità, come riportato dall’agenzia di informazione TRT Afrika a fine dicembre. Una cifra impressionante, che testimonia una repressione mai vista prima nella storia religiosa del Paese, sostenuta dalle parole del suo presidente Paul Kagame: “Se dipendesse da me, non riaprirei nemmeno una chiesa”. Lo stesso Kagame definisce il cristianesimo un retaggio del periodo coloniale e accusa i credenti di essersi “lasciati ingannare dai colonizzatori”.
Joseph Chibuike, analista indipendente interpellato da Porte Aperte in merito alla questione, ha dichiarato che “quanto detto dal presidente Kagame è la prova che le azioni del governo vanno ben oltre la regolamentazione sanitaria. Condannare persone al carcere per aver testimoniato la propria fede o ospitato incontri nelle proprie case è il segno di un tentativo deliberato di controllare e soffocare la vita religiosa del Paese”.
Nonostante il Ruanda non rientri nella World Watch List 2026, Porte Aperte continua monitorare da vicino la situazione.
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