TURCHIA: CHIAMATA A RISPONDERE PER LE ESPULSIONI DI CRISTIANI DAL PAESE
NELLA FOTO: vista della Moschea Yeni Cami a Istanbul, Turchia
In Turchia sta crescendo la preoccupazione per una nuova ondata di espulsioni e divieti di ingresso verso cristiani, un fenomeno che da anni pesa sulla libertà religiosa del Paese.
Dal 2019, infatti, oltre 200 cristiani stranieri – molti dei quali impegnati da decenni nel servizio alle comunità cristiane locali – sono stati costretti a lasciare la Turchia o impossibilitati a rientrarvi a causa di codici amministrativi che li etichettano come “minacce alla sicurezza nazionale”.
Secondo ADF International – organizzazione che si occupa di difesa legale per questioni legate alla libertà religiosa e che segue 17 dei 20 casi attualmente attivi in Turchia – le restrizioni avrebbero colpito almeno 160 operatori cristiani stranieri e le loro famiglie, per un totale di diverse centinaia di persone. Nonostante molte chiese siano oggi guidate da cristiani turchi, la presenza di operatori cristiani stranieri resta fondamentale, poiché le leggi vigenti limitano la formazione teologica cristiana all’interno del Paese.
Un esperto di Porte Aperte per l’Unione Europea spiega: “Negli ultimi anni, soprattutto dopo il tentato colpo di Stato del 2016, decine di leader cristiani e le loro famiglie sono stati costretti a lasciare la Turchia a causa di divieti d’ingresso de facto e rapporti ufficiali che li classificano come ‘pericolosi’. Queste azioni arbitrarie stanno aumentando il pericolo percepito all’interno delle chiese locali: i cristiani temono a riunirsi liberamente”.
La vicenda ha attirato l’attenzione internazionale.
Lo scorso 12 febbraio, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione che condanna l’espulsione dei cristiani stranieri da parte di Ankara e che chiede al governo turco di cessare l’uso di codici di sicurezza, di garantire decisioni motivate e soggette al controllo giudiziario indipendente e di permettere il rientro di coloro che sono stati allontanati arbitrariamente.
Inoltre, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) – organo giurisdizionale internazionale che garantisce il rispetto della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, sottoscritta dalla Turchia – ha ufficialmente preso in carico 20 casi presentati da cristiani ai quali il Paese ha di fatto vietato il rientro unicamente per aver vissuto liberamente la propria fede all’interno dei confini nazionali.
Dal canto suo, il governo turco ha respinto con forza le accuse, definendole “prive di fondamento” e ribadendo che “nessuna istituzione straniera può interferire nei procedimenti giudiziari” locali.
Secondo un rappresentante di Porte Aperte “la risoluzione del Parlamento Europeo è un passo molto positivo, sostenuto da un’ampia maggioranza. Tuttavia, l’Unione dovrebbe continuare a esercitare pressione affinché la Turchia interrompa l’uso improprio delle leggi sull’immigrazione per limitare la libertà religiosa e revochi urgentemente i divieti di ingresso imposti ai leader cristiani stranieri e alle loro famiglie”.
Nella World Watch List, il report annuale di Porte Aperte che elenca i 50 Paesi in cui i cristiani sono più perseguitati nel mondo, la Turchia era comparsa alla posizione 50 nel 2024, per poi passare alla 45° nel 2025 e alla 41° nel 2026. Una tendenza che riflette il clima sempre più difficile per le minoranze religiose che popolano la nazione.
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