L’ERITREA GUIDERÀ IL FORUM SOCIALE 2026 DEL CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI DELLE NAZIONI UNITE
NELLA FOTO: moschea nella città di Asmara
Nonostante l’Eritrea sia uno dei regimi autoritari più repressivi e militarizzati al mondo, il diplomatico eritreo Habtom Zerai Ghirmai è stato nominato Presidente-Relatore del Forum Sociale 2026 del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.
L’Eritrea è stata designata alla guida del Forum Sociale 2026 del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite in seguito alla nomina del diplomatico Habtom Zerai Ghirmai come Presidente-Relatore, una decisione presa nell’ambito del sistema di rotazione regionale del Gruppo Africano delle Nazioni Unite.
Ghirmai, Incaricato d’Affari dell’Eritrea a Ginevra, è stato formalmente nominato dal Presidente del Consiglio dei Diritti Umani, Sidharto Suryodipuro, per presiedere il forum, previsto per ottobre 2026 e dedicato al tema della solidarietà e della cooperazione internazionale per promuovere il diritto alla salute fisica e mentale.
I sostenitori della nomina la descrivono come una normale designazione procedurale che riflette il principio delle Nazioni Unite di un’equa rappresentanza regionale e della partecipazione degli Stati membri.
La nomina ha tuttavia suscitato forti critiche da parte di sostenitori dei diritti umani e osservatori internazionali, che sostengono che il comportamento interno dell’Eritrea sia in contrasto con questo ruolo di leadership.
Investigatori indipendenti delle Nazioni Unite e organizzazioni come UN Watch esprimono da tempo preoccupazione per l’assenza di elezioni nazionali, le restrizioni ai media indipendenti e il sistema di servizio nazionale a tempo indeterminato vigente nel Paese.
I critici evidenziano inoltre quella che considerano una contraddizione istituzionale, sottolineando che il Consiglio dei Diritti Umani continua a mantenere il mandato di un Relatore Speciale incaricato di indagare sulle presunte violazioni dei diritti umani in Eritrea. I funzionari eritrei e i loro sostenitori respingono tali obiezioni, affermando che la partecipazione del Paese agli organismi delle Nazioni Unite non dovrebbe essere compromessa da dispute politiche e che un coinvolgimento multilaterale inclusivo rimane essenziale per garantire la rappresentanza delle diverse voci regionali nelle discussioni globali.
La voce di Porte Aperte
“Porte Aperte è profondamente preoccupata per le violazioni sistematiche e gravi della libertà di religione o di credo (FoRB) in Eritrea, dove molti cristiani subiscono detenzioni arbitrarie, torture e gravi traumi fisici e psicologici per aver praticato la propria fede”, afferma John Samuel (pseudonimo), esperto legale per il lavoro di Porte Aperte in Africa subsahariana.
“Ora che un rappresentante eritreo è stato nominato alla guida del Forum Sociale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, un’iniziativa incaricata di promuovere la solidarietà internazionale e il diritto universale alla salute fisica e mentale, chiediamo al governo eritreo di guardare al proprio interno e affrontare le gravi violazioni che avvengono nel Paese.
Chiediamo inoltre ai partner internazionali e agli Stati membri delle Nazioni Unite di esigere che il governo eritreo ponga immediatamente fine alla persecuzione delle comunità religiose non registrate e di insistere per il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri di coscienza detenuti per motivi religiosi”.
Posizione n.5 della World Watch List
L’Eritrea è uno dei luoghi più difficili al mondo per i cristiani (qui il profilo della nazione). Il governo riconosce ufficialmente soltanto quattro gruppi religiosi. Tra questi non rientrano la maggior parte delle comunità evangeliche e pentecostali, che sono considerate illegali.
I cristiani che si riuniscono per svolgere funzioni religiose al di fuori delle chiese autorizzate dallo Stato sono sottoposti a intensa sorveglianza, retate violente della polizia e incarcerazione a tempo indeterminato, spesso in condizioni estremamente dure.
La natura militarizzata della società aggrava ulteriormente la repressione. Le persone reclutate con la forza nell’esercito devono affrontare un periodo di servizio a tempo indeterminato. Non viene mostrata alcuna indulgenza verso chi non è disposto a servire, e i cristiani militari sorpresi a praticare la propria fede vengono puniti severamente.
I cristiani si trovano quindi davanti al difficile dilemma: sopportare la persecuzione e il servizio forzato oppure fuggire dal Paese percorrendo rotte rese pericolose dal traffico di esseri umani, dai rischi del viaggio e dalla possibilità di subire torture.
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