PANDITA MARY RAMABAI

PANDITA MARY RAMABAI

PANDITA MARY RAMABAI

 (1858-1922)

Pandita nacque in una famiglia indù di casta alta. Suo padre era un indù ortodosso molto osservante delle regole della sua religione ma per certi versi fu un riformatore in quanto insegnò a sua moglie il sanscrito (considerato sacro) e la istruì intorno alla letteratura sacra cosa assolutamente vietata. Sua madre a sua volta lo insegnò a lei e a suo fratello. La carestia del 1874 fu molto dura e i suoi genitori insieme a sua sorella perirono di stenti.  Lei e suo fratello hanno continuato la tradizione di famiglia viaggiando e leggendo i testi sacri per le strade. Ciò consentiva loro di sostenersi in quanto secondo la religione indù lasciare offerte ai lettori che espongono i testi sacri fa guadagnare meriti davanti alle divinità.

Nel 1878 si recarono a Calcutta dove conobbe molti illustri bramini indù e alcuni le chiesero di insegnare alle donne i loro doveri secondo i testi sacri. Per poter svolgere questo compito al meglio si impegnò molto nello studio di diversi testi considerati sacri e autorevoli. Man mano che andava avanti con gli studi non poté fare a meno di cogliere le contraddizioni all’interno di questi testi. I libri sacri e la legge andavano spesso in conflitto tra loro.

Una cosa soltanto accomunava questi testi: le donne erano considerate cattive, molto peggio dei demoni; erano impure e non potevano ottenere il moksha (liberazione assoluta) e quindi erano costrette a incarnarsi milioni di volte. L’unica loro speranza di ottenere la liberazione era essere totalmente devote al proprio marito assecondandolo in ogni cosa. Il marito era considerato il dio della moglie ed ella doveva come tale adorarlo così da poter avere la speranza di entrare nella dimora degli dei ma solo come schiava del marito, per servirlo insieme alle sue altre mogli.

Soltanto degradandosi e annullandosi per servire il marito la donna poteva sperare di incarnarsi in un uomo di alta casta e quindi ottenere la liberazione. Tutto ciò le fece rendere conto della disperata condizione in cui si trovasse solo per il fatto di essere donna: ciò le avrebbe precluso qualsiasi consolazione proveniente dalla religione.

Intanto anche suo fratello morì.

Qualche tempo dopo conobbe suo marito che sposò nel giugno 1880, disubbidendo alla legge, che vietava i matrimoni con un membro di una casta inferiore o superiore alla propria. Suo marito era un avvocato appartenente ad una casta molto inferiore alla sua. A casa di suo marito in mezzo alla libreria trovò un libretto che catturò la sua attenzione. Lo prese e iniziò a leggerlo con estremo interesse. Era il vangelo di Luca.

In quella città viveva un missionario evangelico, il signor Allen il quale andava qualche volta a trovarla e le parlava di Dio. Alla fine decise di diventare cristiana credendo che in questa nuova religione avrebbe potuto trovare appagamento al suo cuore.

La sua unica figlia, Manorama, nacque nell’aprile del 1881. Meno di un anno dopo suo marito morì di colera, lasciandola nella non invidiabile situazione di una vedova indù di casta alta.

Dopo un anno si trasferì a Poona dove conobbe alcune persone che la aiutarono. In modo particolare una signora prese così a cuore la situazione di Pandita e la sua sete di conoscenza della fede cristiana che le diede la possibilità di recarsi in Inghilterra e poter studiare materie religiose.

Ci fu un evento che la segnò profondamente. Un giorno si recò a Londra dove alcune suore gestivano una casa di recupero per donne di strada. Ebbe l’opportunità di conoscere persone che erano state ospiti di quella struttura la cui vita era stata profondamente cambiata. Qui per la prima volta capì che si poteva fare qualcosa per recuperare queste donne e che i cristiani, considerati emarginati e crudeli dagli indù, erano invece amorevoli nei confronti delle persone disprezzate dalla società, cose che gli indù non avevano mai fatto nei confronti delle donne emarginate del suo paese considerandole anzi come le peggiori peccatrici e indegne di qualsiasi compassione.

Dopo questa esperienza chiese il perché di tanto interesse e cura nei confronti di queste donne che vivevano in una condizione così peccaminosa e le fu letta la storia di Gesù che incontrò la samaritana.

Dopo aver letto il capitolo 4 di Giovanni Pandita si rese conto che veramente Cristo era il salvatore divino e che Lui soltanto poteva trasformare ed elevare le donne calpestate in India e in qualunque altro paese.

Ciò la spinse a battezzarsi secondo il rito cattolico pienamente convinta che Cristo fosse la Via da seguire.

Nei 5 anni successivi al suo battesimo si dedicò allo studio della religione cristiana, mediante l’aiuto di diversi libri che esponevano le sue dottrine. Sebbene fosse abbastanza soddisfatta della sua nuova religione il suo cuore anelava a qualcosa di meglio, sentiva che c’era di più da sperimentare.

Dopo altri 3 anni mise da parte tutti i libri sulle dottrine e andò direttamente alla fonte: la Bibbia.

La lesse regolarmente per 2 anni. Poi le capitò tra le mani un libro dal titolo “dalla morte alla vita” scritto da un evangelista. Poté apprendere della sua conversione e del suo impegno per Cristo e ciò la spinse a riflettere sulla propria vita e sul suo reale bisogno: sentiva la necessità di sperimentare Cristo e non appartenere semplicemente ad una religione; comprese la sua necessità di porre la sua fiducia in Gesù e nel Suo sacrificio per diventare figlia di Dio.

Si rese conto di quanto non fosse pronta ad incontrare Dio e di essere sotto il dominio del peccato.

Ebbe pace solo nel momento in cui si arrese in maniera incondizionata a Gesù accettando il Suo perdono, scoprendo la conversione reale tramite Cristo.

Romani 3:21-26

Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono – infatti non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù.

 

Romani 5:6-10

Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall’ira. Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 

 

1 Giovanni 4:9,10

In questo si è manifestato per noi l’amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. 

Questi versetti rappresentarono per lei la buona novella: una donna, nata in India tra i bramini, che non riservano alcuna speranza per le appartenenti al genere femminile poteva avere libero accesso all’amore e al perdono incondizionato di un Dio che l’aveva amata così tanto da sacrificare Suo figlio.

Finalmente dopo tanti dolori, illusioni ed esperienze religiose trovò pace nella fede in Dio.

Nel 1892 si recò a san Francisco ospitata da alcuni suoi amici che presero a cuore il benessere delle donne in India.

Tornata a Bombay aprì una scuola dove comunque agli studenti veniva concessa la libertà religiosa.

Lei stessa pregava e leggeva ad alta voce la Parola di Dio in modo tale che potesse essere udita.

Questo, insieme all’innegabile bontà che Dio manifestava quotidianamente portò molte ragazze e donne ad arrendersi a Gesù.

Nel 1905 il Signore la guidò ad iniziare una speciale riunione di preghiera per la conversione degli indiani che si professavano cristiani ma che di fatto non lo erano. Dopo sei mesi di incessanti preghiere vi fu un risveglio dello Spirito Santo sia nelle chiese che nelle scuole compresa la sua.

Nel cuore di Pandita vi era il costante e ardente desiderio che tutta l’india venisse raggiunta dalla luce del vangelo e soffriva molto nel sapere che milioni di persone giacevano nell’oscurità incatenati dall’idolatria.

Il suo segreto era semplice: COMPLETA FIDUCIA NELLA PAROLA DI DIO e ricerca del volto del Signore per ogni situazione e necessità. 

Due carestie a distanza di pochi anni furono occasione di salvezza per migliaia di ragazze e orfani che vivevano di stenti ed erano vestiti di stracci.

Pandita fondò una missione: Mukti (salvezza) grazie alla generosità di credenti di tutto il mondo che presero a cuore la situazione disperata in cui si trovavano alcune regioni dell’India.

Pandita Ramabai è stata definita “il Mosè del suo popolo”. L’instancabile impegno col quale diffuse la Parola di Dio tra la sua gente dimostrò a tutti che lei era veramente una conduttrice inviata da Dio ai 20 milioni di persone di lingua marathi dell’India Occidentale.

La Bibbia era stata tradotta in lingua marathi dai primi missionari che si erano avventurati un secolo prima ma adesso quella traduzione necessitava di una revisione.

Da qualche anno era stato pubblicato una nuova versione del nuovo testamento ma la traduzione in molti punti era stata adulterata o non tradotta accuratamente in quanto quasi tutte le traduzioni erano state fatte con l’aiuto di maestri indù, per trovare termini esatti; quindi esse contenevano delle parole che trasmettevano concetti pagani e di conseguenza influenzavano negativamente gli ascoltatori e i lettori inducendoli in errore.

Dopo 14 anni Pandita riuscì a far pubblicare i vangeli e gli Atti degli Apostoli in lingua marathi nella forma più semplice affinché le donne di campagna, prive di istruzione potessero comprenderla.

Questa nuova traduzione insieme alla creazione di una tipografia dove veniva stampato materiale evangelistico fu un potente strumento per l’evangelizzazione di intere regioni.

Pandita fu capace di trasmettere la visione datale da Dio a numerose altre ragazze che ripiene di zelo per il Signore hanno evangelizzato numerosi villaggi portando la salvezza a numerosissime anime.

La visione di Pandita non si affievolì negli anni. Rimase sempre una donna ospitale, generosa e cortese interessata al benessere di ogni persona con cui veniva a contatto.

Era una donna il cui obbiettivo era la Gloria di Dio e non il successo offerto dal mondo.

Dio la accolse in gloria nel 1922.

 

La Missione Pandita Ramabai, Mukti è ancora attiva oggi, fornendo alloggi, istruzione, formazione professionale e servizi medici soprattutto per vedove, orfani e non vedenti.

 

 

 

 

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