IRAN: I NEGOZIATI MIGLIORERANNO LA SITUAZIONE DEI CRISTIANI?
NELLA FOTO: cristiana iraniana
Il Memorandum d’Intesa di Islamabad tra Stati Uniti e Iran, che delinea un quadro per porre fine alla guerra del 2026, guiderà i negoziati verso un accordo finale nei prossimi 60 giorni. Nei giorni successivi alla firma, tuttavia, i colloqui avviati in Svizzera hanno già mostrato elementi di fragilità, momentanee interruzioni e accuse di violazioni dell’intesa, anche in relazione al Libano. Teheran ha inoltre minacciato una nuova chiusura dello Stretto di Hormuz. Sebbene un accordo di questo tipo possa fermare gli scontri e alleviare la pressione economica, per i cristiani che vivono nel Paese un accordo con la Repubblica islamica potrebbe aprire la strada a maggiori pressioni e a un controllo ancora più stretto nei mesi e negli anni a venire.
L’accordo potrebbe infatti contribuire a stabilizzare le relazioni tra Teheran e Washington, lasciando però irrisolte questioni importanti riguardo alla traiettoria politica interna dell’Iran e allo status delle minoranze.
Ramin*, cristiano iraniano e specialista di Porte Aperte per l’Iran, commenta:
«Lavorando a stretto contatto con la realtà della Chiesa in Iran, accolgo con favore qualsiasi passo che riduca guerra, paura e sofferenza per gli iraniani. La pace è sempre meglio dei bombardamenti, e il popolo iraniano ha già pagato un prezzo devastante per le decisioni dei suoi governanti e per i calcoli delle potenze straniere. Tuttavia, sarei molto cauto nel celebrare troppo rapidamente questo accordo. Se “non interferenza” significa semplicemente che l’Occidente non parlerà più chiaramente di diritti umani, libertà religiosa, prigionieri di coscienza e persecuzione dei cristiani, allora questo accordo potrebbe portare stabilità al regime aumentando però la vulnerabilità delle persone. I cristiani in Iran sono perseguitati perché la Repubblica islamica considera la conversione, il culto nelle chiese domestiche, il discepolato e la comunione cristiana come minacce alla sicurezza nazionale. Qualsiasi accordo che ignori questa realtà rischia di rafforzare proprio quelle strutture che criminalizzano una fede pacifica.
Il sostegno alla ricostruzione proposto potrebbe alleviare la pressione economica, se raggiungesse in modo trasparente la popolazione. Ma se grandi flussi finanziari entrassero in Iran senza meccanismi di responsabilità, potrebbero anche rafforzare reti clientelari, istituzioni di sicurezza e sistemi di propaganda che da tempo vengono usati contro la società civile, le donne, le minoranze e i convertiti dall’islam a Cristo. Questo secondo scenario sembra più coerente con il modello di comportamento consolidato dal regime.
Per la Chiesa in Iran, questo quadro non significa automaticamente libertà. Potrebbe significare una forma di pressione meno visibile ma più consolidata. La comunità internazionale non deve confondere il silenzio diplomatico con la giustizia. Il vero banco di prova di questo accordo non sarà se i governi si stringono la mano, ma se i prigionieri vengono liberati, se le famiglie vengono protette, se i credenti delle chiese domestiche non vengono più trattati come criminali e se a tutti gli iraniani viene garantita la libertà di coscienza. La mia speranza è la pace. La mia preoccupazione è che UNA PACE SENZA GIUSTIZIA POSSA DIVENTARE SILENZIO».
In un contesto di negoziati internazionali e calcoli geopolitici, resta il nostro appello a non dimenticare i cristiani e altre minoranze. Che giustizia e pace possano raggiungere l’Iran e il suo popolo.
L’Iran si trova alla posizione numero 10 della World Watch List di Porte Aperte.
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